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domenica 12 novembre 2017

San Martino: tra leggenda e tradizioni popolari

Martino di Tours, nacque a Sabaria in Pannonia, nell'odierna Ungheria nel 316 o nel 317 . Il padre era un tribuno dell'Impero Romano. Ancora bambino si trasferì coi genitori a Pavia, dove suo padre aveva ricevuto un podere in quanto ormai veterano, e in quella città trascorse l'infanzia.
Benché la sua famiglia fosse pagana, egli diventò cristiano anche se non si fece battezzare fino all'età adulta.
Nel 331 un editto imperiale obbligò tutti i figli di veterani ad arruolarsi nell'esercito romano.
Il giovane Martino fu reclutato nelle Scholae imperiali ed inviato in Gallia, presso la città di Amiens, dove trascorse la maggior parte della sua vita da soldato. 
Faceva parte, all'interno della guardia imperiale, di truppe non combattenti che garantivano l'ordine pubblico, la protezione della posta imperiale, il trasferimento dei prigionieri o la sicurezza di personaggi importanti.
Proprio nella città di Amiens nell'odierna Francia avvenne l'episodio più ricordato della vita del Santo: la condivisione del suo mantello con un povero.

Nel rigido inverno del 335 Martino incontrò un mendicante seminudo. Vedendolo sofferente, tagliò in due il suo mantello militare (la clamide bianca della guardia imperiale) e lo condivise con il mendicante. La notte seguente gli apparve in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare. Quando Martino si risvegliò il suo mantello era tornato miracolosamente integro.



Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi.
Il termine latino che indicava il mantello corto, cappella, venne, così, esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di San Martino (i cappellani, appunto) e da questi venne applicato all'oratorio reale chiamato cappella.
Secondo le tradizioni il sogno segnò profondamente Martino, che si fece battezzare ed abbracciò completamente la vita cristiana.
Terminato il periodo obbligatorio di servizio militare, a circa 40 anni lasciò l’esercito e si recò a Poitiers dal Vescovo Ilario.
L'ex soldato si impegno nella lotta all'eresia ariana (che era stata condannata dal Concilio di Nicea nel 325) e per questo venne perseguitato e scacciato sia dalla Francia, sia da Milano,dove si era rifugiato, poiché in tali luoghi vi erano stati eletti vescovi ariani.
Nel 357 Martino si trova in Liguria e precisamente sull'Isola Gallinara di fronte ad Albenga (SV) dove trascorre 4 anni come eremita.
Tornato a Poitiers ,nel 361 il Vescovo gli concesse di ritirarsi in un eremo a 8 chilometri dalla città, a Ligugé.
Nel 371 gli elettori riuniti a Tours lo eleggono Vescovo. A questo evento è legato il tradizionale cibo nordico della festa di San Martino, cioè l'oca. Secondo la leggenda, infatti, Martino era assai restio ad assumere tale carica e, pertanto, si nascose in una stalla con le oche. Le bestiole, però, fecero rumore, rivelando così il nascondiglio alle presone che lo stavano cercando.



Martino, comunque, assolse le funzioni episcopali con autorità e prestigio, senza però abbandonare le scelte monacali. Continuò a vivere come un eremita a tre chilometri dalla città. In questo ritiro, venne ben presto raggiunto da numerosi seguaci. Si creò, così, un monastero, denominato in latino Maius monasterium (monastero grande), in seguito noto come Marmoutier, di cui egli divenne abate e in cui impose una regola di povertà, di evangelizzazione e di preghiera.



Se da un lato Martino rifiutò il lusso e l’apparato di un dignitario della Chiesa, dall’altra non trascurò le sue funzioni episcopali. A Tours respinse sempre le visite di carattere mondano, ma, allo stesso tempo, si occupò dei prigionieri, dei condannati a morte, dei malati e dei morti, che guarì e, si dice, resuscitò. La leggenda tramanda che perfino i fenomeni naturali gli obbedivano.
Marmoutier, al termine del suo episcopato, conta 80 monaci, costituendo la prima comunità monastica in terra francese.
Il vescovo Martino morì l’8 novembre 397 a Candes-Saint-Martin, dove si era recato per mettere pace fra il clero locale.
I funerali si celebrarono a Tours 3 giorni dopo, l'11 novembre, e proprio tale data venne scelta come festa del Santo.
Divenne ben presto una festa straordinaria in tutto l'Occidente, grazie alla popolare fama di santità del vescovo e al numero notevole di cristiani che portavano il nome di Martino.

Martino è uno fra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa e divenne il santo francese per eccellenza.

In Italia il culto del Santo è legato alla cosiddetta “estate di San Martino”, cioè un paio di giorni di tempo mite e soleggiato che si manifesta, in senso meteorologico, all'inizio di novembre e dà luogo ad alcune tradizionali feste popolari.
Una vecchia usanza prevedeva,infatti, che tutti, compresi i bambini, mangiassero le castagne e bevessero vino. Secondo alcuni storici questi festeggiamenti derivavano da una festa latina della durata di un mese che iniziava il 24 novembre (festa di Brumalia), e che venne, in seguito, rinominata dai cristiani Martinalia in onore appunto di San Martino ( vedi il libro “Storia di Vari costumi sacri e profani dagli Antichi fino a noi pervenuti” Padre Michelangelo Carmeli,1750).
La leggenda tramanda che la breve interruzione della morsa del freddo, si ripeta ogni anno per commemorare il gesto magnanimo e generoso del santo quando divise il suo mantello con il povero mendicante.



Il giorno dell’11 novembre coincideva inoltre con la fine delle celebrazioni del Capodanno dei Celti, il “Samuin”, che si svolgevano proprio nei primi dieci giorni del mese: il retaggio di questa festa pagana era ancora presente nell’Alto Medioevo, e la Chiesa sovrappose il culto cristiano del santo più amato dell’epoca alle tradizioni celtiche. Molte usanze di ascendenza precristiana sopravvissero così nel corso dei secoli, confluendo nelle celebrazioni di san Martino.
La festa di San Martino era una delle più importanti feste dell’anno, una sorta di capodanno contadino nel corso del quale si mangiava e beveva in abbondanza. Anticamente infatti il periodo di penitenza e digiuno che precede il Natale cominciava il 12 novembre e prendeva il nome di Quaresima di san Martino.
A incoraggiare il momento di baldoria era anche la conclusione delle attività agricole legate all’inizio dell’autunno, nonché il clima più mite che solitamente caratterizza queste giornate. In questo periodo inoltre occorreva finire il vino vecchio per pulire le botti e lasciarle pronte per la nuova annata, e al contempo si iniziava a bere il vino novello. L’atmosfera era simile a quella di un giovedì grasso, come ci testimonia il dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio dal titolo Il vino di San Martino: il popolo in festa si precipita a tracannare il vino nuovo, mentre sulla destra vediamo il santo a cavallo.



Nel veneziano l'11 novembre è usanza preparare il dolce di San Martino, un biscotto dolce di pasta frolla con la forma del Santo con la spada a cavallo, decorato con glassa di albume e zucchero ricoperta di confetti e caramelle.



A Palermo si preparano i biscotti di San Martino abbagnati nn'o muscatu (inzuppati nel vino moscato di Pantelleria), a forma di pagnottella rotonda grande come un'arancia e con l'aggiunta nell'impasto di semi d'anice (o finocchio selvatico) che conferisce loro un sapore e un profumo particolare.




In molte regioni d'Italia l'11 novembre è simbolicamente associato alla maturazione del vino nuovo (si ricordi il proverbio "A San Martino ogni mosto diventa vino") e questo diventava un'occasione di ritrovo e festeggiamenti.
Nel nord Italia, specialmente nelle aree agricole, fino a non molti anni fa tutti i contratti (di lavoro ma anche di affitto, mezzadria, ecc) avevano inizio e, conseguentemente anche fine l'11 novembre, data scelta proprio in quanto i lavori nei campi erano già terminati senza però che fosse già arrivato il clima rigido dell'inverno. Per questo, scaduti i contratti, chi aveva una casa in uso la doveva lasciare libera proprio l'11 novembre e non era inusuale, in quei giorni, imbattersi in carri strapieni di ogni masserizia che si spostavano da un podere all'altro, facendo "San Martino", nome con cui popolarmente si indicava tale trasloco.
Ancora oggi in molti dialetti e modi di dire del nord "fare San Martino" mantiene il significato di traslocare.



venerdì 3 novembre 2017

San Torpete: il santo che accomuna Pisa, Genova e la Provenza (ed a Genova ha una chiesa a lui dedicata)

San Torpete conosciuto anche come Torpè, Torpes, Torpezio, Tropezio, Tropez (nome latino Gaius Silvius Torpetius), è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. 
Fu martirizzato presso Pisa durante il regno dell'Imperatore Nerone

Gli Atti del martirio di S. Torpete e il Martirologio Romano costituiscono le uniche scarse fonti sulla figura di Torpete.

In realtà, al di là della tradizione leggendaria, di questo santo non sappiamo niente di certo, neppure quando è vissuto, perché i dati biografici e storici sono pressochè inesistenti. Probabilmente la sua leggenda è nata solo per giustificare la presenza del suo culto a Pisa fin dall’alto medioevo e fu retrodatata al tempo di Nerone, emblema dell’imperatore crudele primo grande persecutore dei cristiani.

San Torpè o Torpete era un soldato romano. Egli visse al tempo in cui Pietro apostolo, prima di raggiungere Roma, si fermò presso la Basilica di San Piero a Grado vicino all'odierna città di Pisa.
Torpè, convertitosi al Cristianesimo, fu battezzato dal religioso Antonio, eremita sui monti tra Pisa e Lucca.
Diventato cristiano, Torpete praticava di nascosto la nuova fede religiosa, il che non gli impediva di svolgere un ruolo importante presso l’amministrazione romana.
Tornato a Pisa, fu riconosciuto cristiano dal prefetto della città, Satellico, il quale tentò di riportarlo alla religione pagana. A nulla valsero i suoi sforzi: né le false promesse, né le torture convinsero Torpete a rinnegare la sua nuova fede e, quindi, fu martirizzato per decapitazione presso San Rossore il 29 aprile 68.
Dopo la sua morte, il corpo di Torpete fu abbandonato sopra un'imbarcazione, insieme ad un gallo e ad un cane, alla foce dell'Arno.
La barca si arenò nelle vicinanze di una piccola cittadina della Provenza chiamata Heraclea e ribattezzata Saint-Tropez in onore del Santo.
La testa del martire che era stata lasciata presso la foce dell’Arno, fu successivamente raccolta dai cristiani e collocata dapprima in una cappella eretta in suo onore in San Rossore, quindi in una seconda cappella in prossimità dell’attuale chiesa di San Ranierino, infine nell’attuale chiesa di San Torpè, presso i cosiddetti Bagni di Nerone, ruderi romani che probabilmente sono all'origine di tutta la Passio, costruita radunando luoghi comuni della tradizione martiriale.




Il santo pisano si distinse per alcuni segni prodigiosi: esemplare quello del 29 aprile 1633, quando liberò Pisa colpita da una gravissima peste.

Per ricordare il santo, tutti gli anni, il 29 aprile un gruppo di pellegrini francesi si reca a Pisa, mentre il 16 maggio una delegazione comunale pisana raggiunge Saint-Tropez per festeggiare il patrono della città.
La festa, chiamata Bravade, dura tre giorni e mostra la devozione degli abitanti di Saint-Tropez per il santo pisano.



Esistono tre principali chiese dedicate al santo martire pisano; esse si trovano a Pisa, a Genova e a Saint-Tropez.
A Pisa è presente la Chiesa e convento di San Torpé, in via Fedeli. 
Nel centro storico di Genova, invece, sorge la Chiesa di San Torpete.

Ma come si colloca la città di Genova all'interno di questa narrazione?

Il culto di San Torpete fu importato a Genova dai mercanti pisani che eressero in suo onore una chiesa nella piazza del mercato, non lontana dalla loggia che i Pisani possedevano nell’area curiale della famiglia di nobiltà mercantile dei Della Volta .

La famiglia dei Della Volta, infatti, già proprietaria dal X secolo di feudi nella Valbisagno, aveva la zona dell'antico Forum Sancti Georgii sotto la propria giurisdizione e nel 1150 decise di allearsi con la colonia pisana e favorirne l'insediamento: fu così che i pisani si aggiunsero all'antica nobiltà locale, ai fiorentini e ai lucchesi e cominciarono a gestire i propri traffici dalla loggia del forum.

La chiesa di san Torpete è con buon margine di certezza una delle parrocchie più antiche di Genova, poiché già nel 935 esistono notizie relative a una porta delle mura urbane dedicata al martire pisano.
La chiesa originale era edificata in stile romanico, con la facciata a bande bianche e nere rivolta a ponente secondo la consuetudine dell'epoca.
Dopo alcuni anni i Pisani la cedettero ai Della Volta (che in seguito avrebbero assunto il nome di Cattaneo), che ne fecero la propria chiesa gentilizia, ottenendone nel 1308 il giuspatronato, che conservano formalmente ancora oggi.
Nel 1180 avvenne la consacrazione da parte dell'arcivescovo Ugone Della Volta, come ricorda un'iscrizione collocata sopra la porta laterale della chiesa, che divenne il luogo di culto della comunità mercantile pisana di Genova per quasi due secoli.
Nel 1290 sulla facciata di questa chiesa, furono esposti alcuni anelli della catena del porto pisano, portati a Genova come trofeo dalla flotta di Corrado Doria che aveva forzato il porto della città rivale.  
Dopo i gravi danni causati dal bombardamento navale francese del 1684 vennero eseguiti alcuni restauri all'edificio medievale.
Circa cinquant'anni dopo, nel 1730, Cesare Cattaneo decise di ricostruire totalmente la chiesa.
Il progetto, affidato a Giovanni Antonio Ricca (detto il Gobbo) (1688-1748), fu realizzato tra il 1730 e il 1733.



Con la ricostruzione settecentesca fu attuato un radicale stravolgimento della struttura della chiesa medioevale: la facciata, che prima si apriva sul lato di ponente, venne spostata a quello settentrionale, prospiciente la piazza. Lo stile della facciata è barocco, con aggiunte posteriori neoclassiche (timpano, nicchie e paraste) realizzate intorno alla metà dell'Ottocento, periodo a cui appartiene anche la grande cupola ellittica, con copertura in scaglie d'ardesia.
L'interno, interamente coperto dalla cupola, è un unico vano a pianta ellittica.

La nuova chiesa, a pianta centrale e con un diverso orientamento, comprende tutta l'area della precedente più quella di una palazzina adiacente acquistata dai Cattaneo, sulle cui fondamenta fu realizzata la canonica. Al termine dei lavori, il 23 novembre 1733 la chiesa venne nuovamente consacrata ed in quella circostanza al titolo di S. Torpete fu aggiunto quello di Santa Maria Immacolata.



Tra le opere conservate al suo interno, nell'abside è collocato il dipinto San Torpete illeso tra le fiere di Giovanni Carlone (il quadro è l'unica opera all'interno della chiesa che raffigura il santo titolare), nella cappella di destra Madonna con bambino tra San Tommaso di Canterbury, Santa Lucia e San Giovanni Battista (fine del XVI secolo, incertamente attribuito ad Andrea Semino) e in quella di sinistra San Filippo Neri in estasi (attribuito alla scuola di Giovanni Battista Paggi, del XVII secolo).
Sull'altare maggiore è posto un crocifisso ligneo di anonimo scultore genovese (1790-1810).

San Torpete illeso tra le fiere

Madonna con bambino tra San Tommaso di Canterbury, Santa Lucia e San Giovanni Battista


In controfacciata è collocata una statua lignea policroma della Madonna della Provvidenza, di Giovanni Battista Drago (1854), rivestita con abiti ed ornamenti, un tempo oggetto di grande devozione col tempo abbandonata in favore del culto della Madonna della Guardia.



La chiesa è una delle poche a pianta centrale presenti a Genova.

La città di Genova, però, è strettamente collegata anche alla cittadina francese di Saint – Tropez.
L’erudito Luigi Tomaso Belgrano ricorda con orgoglio i forti legami esistenti con la comunità genovese:
Nell'anno 1470 Giovanni Cossa, luogotenente generale del re Renato in Provenza, concedette in feudo a Raffaello da Garessio la signoria del luogo di Saint-Tropez, allora deserto; ed il Garessio vi condusse dalla riviera ligustica ben sessanta famiglie, le quali edificaronvi il presente borgo ed una nuova chiesa in onore di quel santo.
L'origine adunque della moderna città di Saint-Tropez è cosa nostra; ed i suoi abitatori, con nobile compiacenza, ricordano tuttora i vincoli onde sono a noi collegati. Ne è prova la Società delle regate, ivi costituitasi nel 1862; la quale fondandosi appunto su questi legami, chiedeva per mezzo del Maire al nostro Municipio il dono di due stendardi, l'uno divisato ai colori nazionali e l'altro ornato della temuta croce dell'antica Repubblica Genovese, da distribuirsi in premio a coloro che avessero trionfato nelle solenni corse del 18 maggio 1864. Il Municipio assentiva di buon grado alla domanda; e spediva a Saint-Tropez due superbi vessilli, i quali venivano accolti da que' cittadini col più vivo trasporto, in mezzo alle grida di evviva alla Metropoli della Liguria.

(L.T.Belgrano, Della vita privata dei Genovesi, Genova 1875, p.48, n.3)

giovedì 8 giugno 2017

La Madonna che allatta: rappresentazioni iconografiche ante Concilio di Trento

A Genova, tra i vicoli, c'è una chiesa davvero molto interessante: la chiesa di San Donato.
Oltre all'esterno con il campanile ottagonale e al suo interno in stile romanico puro, vi sono conservati alcuni gioielli artistici che meritano di essere conosciuti.



Nella chiesa si trova, infatti, un dipinto ad opera di Barnaba da Modena intitolato “Madonna che allatta”.

Barnaba Agocchiari, detto Barnaba da Modena (Modena, 1328 circa – 1386 circa), è stato un pittore italiano.
Egli fu attivo soprattutto in Liguria, in Piemonte e a Pisa a metà del XIV secolo.
Barnaba venne citato per una sua opera già nel 1361 a Genova e tre anni dopo fu impegnato negli affreschi della cappella del Palazzo Ducale, mentre nel 1370 produsse un'ancona per la Loggia dei Mercanti e la Crocifissione che ora è conservata presso il Museo civico Amedeo Lia di La Spezia.
Dopo un periodo di soggiorno piemontese, il pittore venne invitato a Pisa dalla Fabbrica del Duomo per la decorazione del Camposanto. Nella città toscana sono rimaste due Madonne di Barnaba.
A Genova, presso la chiesa di S. Agostino, inoltre, è visibile il suo Giudizio finale.
Il suo gusto pittorico, partendo dalla vivace scuola emiliana, subì influenze di tipo bizantineggiante e qualche spunto gotico che avvicinarono l'artista alla scuola senese.

La particolarità del dipinto conservato in San Donato, non risiede tanto nell'artista in sé, quanto nella tematica stessa.



La Madonna del Latte (Madonna lactans o Virgo Lactans), è un'iconografia paleo – cristiana.
La Vergine è rappresentata a seno scoperto, colta nell'atto di allattare il figlio.
L'iconografia è risalente all'Antico Egitto, epoca in cui erano diffusissime le immagini della dea Iside intenta ad allattare il figlio Horus e il cui culto durerà ancora a lungo intrecciandosi con il Cristianesimo. Addirittura molte statue di Iside furono ribattezzate o venerate come Madonne originali.
Dall'Egitto copto ebbero poi ampia diffusione presso le chiese orientali nell'arte bizantina, con nome greco di Galaktotrophousa, e, nei secoli successivi, anche nell'Occidente.
Tale tipologia di Madonne del Latte divenne molto popolare nella scuola pittorica toscana e nel Nord Europa a partire dal Trecento.
Dal XII secolo l’Europa,infatti, fu invasa da un’ondata di devozione verso la Madonna. Tanti monasteri furono posti sotto la protezione di Maria, e tante chiese vennero a Lei consacrate. La Vergine cominciò a campeggiare in ogni ambiente della Chiesa, dalla facciata esterna all’abside, per evidenziare soprattutto i toni della tenerezza materna
Pero, il Concilio di Trento, iniziato nel 1543, con il decreto: "De invocatione, veneratione, et reliquiis sanctorum et sacris imaginibus" definì la posizione della Chiesa riguardo alle iconografie devozionali.

Tra gli scopi di questo decreto vi era il voler evitare immagini di natura sensuale o percepite come tali dalla morale dell'epoca. La Riforma cattolica tridentina annoverò tra queste immagini sconvenienti, che si riteneva potessero fuorviare il fedele, le rappresentazioni di Maria a seno scoperto poiché accusate di distogliere i fedeli dalla preghiera.
Fu demandato ai vescovi il compito di valutare le varie rappresentazioni e di decidere se queste dovessero essere ritoccate, oppure rimosse. In molti casi si decise di coprire tali immagini con ritocchi.

Mentre l'iconografia della "Madonna del Latte" decadeva, per contro la venerazione popolare delle antiche immagini continuò, legata, soprattutto al desiderio di maternità delle fedeli.
L'atto del nutrimento di Gesù, infatti, rappresenta sia la vera maternità di Maria che la vera natura umana del Cristo.

Fortunatamente, ancora oggi i santini ed i dipinti conservati nelle chiese ci permettono di ricostruire questa storia di censura e di devozione popolare.



Molto particolare la coincidenza che nella stessa chiesa sia venerata sia la “Madonna che allatta” sia “Nostra Signora della Terza età”… m questa è tutta un'altra storia



domenica 21 maggio 2017

Caramogi: questi sconosciuti

Girellando per un mercatino dell'usato in cerca di curiosità, mi sono imbattuto in piccole statuette di porcellana raffiguranti dei personaggi nani e deformi di entrambi i sessi. Il commerciante mi ha solo saputo dire che probabilmente erano di manifattura di Capodimonte di Napoli ma non ha saputo spiegare la motivazione della scelta del soggetto, alquanto inconsueto.
Li ho acquistati… del resto, oggetti più curiosi e strani non potevo trovare.
Facendo alcune ricerche ho scoperto che vengono definite Caramogi.
I vocabolari riportano la seguente definizione per il termine “caramogio”: [dal persiano kharmūsh «topo»], ant. – Persona piccola e contraffatta; nano di corte. È anche nome dato a statuine di porcellana prodotte a Firenze nel sec. 18°, raffiguranti personaggi deformi e ridicoli.



I caramogi erano generalmente buffoni di corte, a cui gli artisti che li ritraevano davano fattezze oltremodo caricate, secondo una tradizione assai in voga nella Firenze del XVII secolo.
Per estensione, si definiscono, quindi, Caramogi anche le statuine figuranti nani deformi chiamati a divertire le corti dei sovrani nei tempi passati.
Le statuette in porcellana rappresentanti nani in diverse fogge, sono ispirate alle illustrazioni delle “Varie figure Gobbi” di Jacques Callot, libro edito nel 1616 a Firenze, e furono prodotte nel corso del XVIII secolo da varie manifatture, quali Meissen, Doccia, Capodimonte e Cozzi.



I Gobbi di Callot nascono da schizzi presi dal vero: la deformazione caricaturale, satirica, traeva spunto, con ogni probabilità, dall’osservazione del reale. Infatti, le fonti del tempo riportano la consuetudine di organizzare giochi in occasione della Festa di S. Romolo, che si svolgeva ogni anno il 6 Luglio a Firenze, la Giostra dei Gobbi, per l'appunto.



Esattamente, però, che funzione avevano queste statuette? Semplice, venivano messi sulle tavole imbandite per allietare i commensali in mancanza del buffone in carne ed ossa.
Tali figurine, spesso, venivano create in serie di dodici o più pezzi.
Ad esempio, nell' “Inventario dei Modelli” della manifattura Doccia sono citati "...tre caramogi femmine", mentre nella “Tariffa dei prezzi”, redatta presso la manifattura intorno al 1760 da Jacopo Rendelli, si legge "... Figurine rappresentanti Caramogi o Pimmei alte 2 soldi circa. Dette dipinte" Scrive il Ginori " Vari tipi di caramogi o pimmei venivano prodotti per ornare le mense nel primo periodo della manifattura. Il termine significa persona piccola, contraffatta e sciocca ed è riferito alle piccole figurine di nani alte circa cm. 7, probabilmente modellate da Gaspero e da Giuseppe Bruschi".

Le statuette da me trovate, ovviamente, non sono così antiche, sono probabilmente rifacimenti dei primi del Novecento eseguiti dalla manifattura Ginori di Napoli, su stampi più vecchi della manifattura di Capodimonte.

Comunque sono state un buono spunto per fare alcune ricerche storiche e per apprendere nuove conoscenze.

domenica 16 aprile 2017

Il Guercino in mostra a Piacenza

 Fino al 4 giugno 2017 la città di Piacenza ospita una mostra monografica dedicata al pittore romagnolo Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino.

Il Guercino è un pittore barocco nato a Cento (FE) nel 1591 e morto a Bologna nel 1666. Fin da giovane, oltre ad una spiccata predilezione per il disegno, mostrò problemi alla vista che gli valsero, appunto, il soprannome di Guercino.
Tale difetto fece, però, in un certo senso, la fortuna artistica del pittore dal momento che, quasi sicuramente, questa menomazione influenzò la visione soggettiva che l'autore aveva della luce e dei corpi nello spazio.
Lo stile pittorico del Guercino si distinse fin da subito dallo Stile Barocco allora in voga che tendeva ad abbellire nelle forme e nei colori il soggetto ripreso. Il pittore, infatti, preferì dipingere in maniera più realista, utilizzando una forte luce che cadeva dall'alto ed impiegò in modo sorprendente gli effetti del chiaroscuro.

La mostra, dal titolo Guercino tra sacro e profano, allestita nella Cappella Ducale di Palazzo Farnese, si concentra su alcuni capolavori del pittore di Cento, in modo da ricostruire la parabola artistica che lo ha portato a diventare uno dei maggiori artisti del Seicento italiano.

La rassegna presenta una selezione di 20 opere - in prevalenza pale da altare, ma con anche una significativa rappresentanza di quadri “da stanza” a soggetto profano – che consente di fare un excursus completo dell'opera dell'artista. Il percorso espositivo illustra le sue prime esperienze pittoriche a Cento, paese natale, svolte nel segno di una romantica adesione al linguaggio di Ludovico Carracci e, indaga la sua maturazione artistica a seguito dei soggiorni, prima a Bologna e poi a Roma.

Molto piacevole ammirare il dipinto “Et in arcadia ego” (1618) in cui le luci e le ombre sottolineano in modo mirabile la profonda riflessione sulla morte e sulla caducità delle cose terrene.



Anche ne “I santi Bernardino da Siena e Francesco d’Assisi con la Madonna di Loreto” la luce è la parte più importante del quadro e restituisce un effetto temporalesco come mai era successo prima nella storia dell'arte.



Come già accennato, nella mostra sono presenti anche soggetti più profani come ad esempio il sublime “ La morte di Cleopatra” in cui la regina più che agonizzante sembra abbandonata ad un piacevole sonno.



Da segnalare che, inoltre, a Piacenza il Guercino ha compiuto un'opera monumentale, completando gli affreschi della cupola del Duomo (1626), lasciati incompiuti dal Morazzone.
A tal proposito, da segnalare l'inconsueta iniziativa di poter ammirare da vicino questi affreschi compiendo la salita alla cupola del Duomo (da prenotare prima).



Solo una breve digressione personale: mi è già capitato di provare ad osservare da vicino affreschi delle cupole, nella fattispecie quelli del Correggio presso la Cattedrale di Parma nella mostra a lui dedicata alcuni anni or sono. Credo che simili opere d'arte siano state concepite dall'autore proprio per essere ammirate a diverse decine di metri di distanza; da vicino, talvolta, appaiono sgraziate e sproporzionate. Conseguentemente, senza nulla sottrarre all'iniziativa lodevole, io non mi sento di consigliare appieno una simile visione. Preferisco restare ad ammirarle dal basso, volgendo la testa verso l'alto e stupendomi della meravigliosa proporzione tra le figure.

La città di Piacenza, inoltre, merita anche una visita più approfondita del suo centro storico, con il Palazzo Gotico (unico in tutta Italia) e Piazza dei Cavalli, la Chiesa di Sant'Antonino (mirabile il campanile ottagonale), nonché la Chiesa di Santa Maria in Campagna da cui, nel 1095, durante il concilio di Piacenza, papa Urbano II avrebbe preso la decisione di indire la prima crociata per la riconquista di Gerusalemme.




Piacenza, insomma, è ancora una cittadina “a misura d'uomo” che è possibile visitare comodamente a piedi in una giornata, magari soffermandosi, per il pranzo, in una delle numerose trattorie in cui è possibile degustare piatti tipici del territorio.