BUONA PASQUA
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sabato 31 marzo 2018
venerdì 30 marzo 2018
"Signum Communionis Paschalis": una breve storia
I
cinque precetti generali della Chiesa sono leggi morali positive
obbligatorie per i fedeli della Chiesa cattolica. A differenza dei
dieci Comandamenti non derivano dalla Sacra Scrittura, ma
appartengono alla tradizione cattolica e sono promulgati
dall'autorità ecclesiastica.
Tutti
i cinque precetti sono contenuti nel Codice di Diritto Canonico, ed
in versione semplificata sono:
-
«Partecipare alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimanere liberi da lavori e da attività che potrebbero impedire la santificazione di tali giorni.»
-
«Confessare i propri peccati almeno una volta all'anno.»
-
«Ricevere il sacramento dell'eucaristia almeno a Pasqua.»
-
«Astenersi dal mangiare carne e osservare il digiuno nei giorni stabiliti dalla Chiesa.»
-
«Sovvenire alle necessità materiali della Chiesa stessa, secondo le proprie possibilità.»
Per
secolo, quindi, la confessione e la comunione annuale sono stati una
pratica obbligatoria, ed il non osservarne l'obbligo comportava serie
conseguenze.
I
tentativi di controllare quanti fedeli effettivamente ricevessero la
Sacra Eucarestia erano molteplici.
Nel
XVIII Secolo iniziarono a diffondersi dei foglietti attestanti
appunto di aver assolto all'obbligo del precetto.
Queste
ricevute di confessione ( e di successiva Eucarestia) venivano
chiamati “Signum Communionis Paschalis”.
Riportavano
in latino l'anno, il luogo ed il sacerdote che aveva impartito il
sacramento della Confessione. Il fedele era tenuto a conservalo
gelosamente.
Ai
tempi dell'Imperatrice Maria Teresa, ad esempio, erano i portieri dei
palazzi a dover controllare tali attestati di confessione per
stabilire se tutti nella casa avessero adempiuto all'obbligo
pasquale.
Se
si voleva essere un cittadino per bene si doveva anche esser un
cristiano integerrimo.
Inoltre
tali attestati erano necessari per poter ricevere un funerale
religioso in chiesa.
Nello
Stato Pontificio, tutti coloro che avevano incarichi di qualsivoglia
tipo presso l'amministrazione pontificia dovevano assolutamente
esibire il Signum ai propri superiori. In caso contrario non
potevano più svolgere il loro lavoro.
Da
sottolineare che tali foglietti non sono considerati alla stregua dei
santini veri e propri.
Verso
la fine dell'Ottocento, essi iniziarono ad essere illustrati con
figure e vi si aggiunsero preghiere o citazioni dai testi sacri. Ciò
fu reso possibile dall'impiego della tecnica della cromolitografia
che diede la possibilità di stampare a basso costo ed in larghi
quantitativi.
Le
ricevute di confessione, quindi, iniziarono a far parte dei santini
veri e propri e ad essere conservati inseriti tra le pagine dei
messali.
Dal
punto di vista iconografico su di essi vengono raffigurate, per la
maggior parte, scene eucaristiche o Gesù risorto.
Spesso,
le grandi case stampatrici di santini, utilizzavano la stessa matrice
che veniva poi personalizzata con il luogo, la parrocchia, l'anno ed
il nome del sacerdote celebrante.
Non
è quindi infrequente trovare soggetti simili che si ripetono a
distanza di anni o lo stesso soggetto utilizzato per lo stesso anno
ma in parrocchie differenti.
Non
mancano tuttavia esempi differenti come ad esempio quello della
Pasqua del 1905 a Trento. Su di esso vi è raffigurato San
Vigilio, patrono della città di cui si ricordava, in quell'anno il
XV centenario del martirio.
Anche
quello della Pasqua 1941 celebrata nel Duomo di Bolzano è
inconsueto. Raffigura Santa Maria purissima; probabilmente un segno
di speranza e di pace per i fedeli.
Molto
particolari sono invece i santini di comunione pasquale celebrati
presso i battaglioni al fronte.
A
titolo di esempio si riporta il santino della comunione pasquale
del 1945 (circa 20 giorni prima dell'armistizio del 25 aprile)
della Divisione Monterosa, Battaglione Brescia. La peculiarità
è che, in un certo modo, tramite la preghiera scritta sul retro, il
cappellano militare esalta ed “assolve” i militari in armi. Quasi
un controsenso con la festa pasquale.
L'usanza
di lasciare un ricordo della Comunione Pasquale al fedele è
sopravvissuto, seppur in misura minore, fino ai giorni nostri.
sabato 3 marzo 2018
Prosciutto ed uova verdi
Il piatto prende i
nome (ed il suo aspetto) da un famosissimo libro del Dr. Seuss,
“Prosciutto ed uova verdi” appunto.
Ieri era
l'anniversario della nascita di questo scrittore e fumettista
americano, il cui vero nome era Theodor Seuss Geisel.
Il Dr. Seuss ha pubblicato oltre
60 libri per bambini che sono stati spesso caratterizzati da una
straordinaria fantasia di personaggi, da utilizzi frequenti di rime e
di metri trisillabici.
Fra i suoi successi
più rinomati si può citare, oltre a Prosciutto e uova verdi,
Il gatto col cappello, Ortone e i piccoli Chi, La battaglia
del burro, Lorax e Il paese di Solla Sulla.
Il Grinch è
considerata la migliore opera dello scrittore.
Il libro “prosciutto
ed uova verdi” è una piacevole lettura (ai limiti del paradossale)
utile per insegnare ai bambini a provare ad assaggiare qualsiasi
cibo.
Nando detto Ferdi, è
una buffa creatura che per tutto il libro cerca di offrire ad un cane
uno strano piatto: prosciutto e uova verdi, appunto.
Alla fine il cane, a
suo malgrado accetta di assaggiarlo pensando che sia un piatto
orribile, invece è entusiasta per quella deliziosa, strana,
pietanza.
Oggi ho provato a
ricreare questa surreale ricetta senza l'utilizzo di coloranti
artificiali ma solo con l'impiego di cavolo viola.
PROSCIUTTO ED UOVA
VERDI
2 fette di
prosciutto tagliato spesso
2 uova
qualche foglia di
cavolo viola
Affettare le foglie
del cavolo viola e metterle in una casseruola con un po' d'acqua.
Lasciarle sobbollire
per alcuni minuti. L'acqua di cottura dovrebbe diventare di un bel
colore bluastro.
Separare
delicatamente i tuorli dagli albumi.
Aggiungere un po' di
acqua di cottura del cavolo agli albumi.
Mescolando si
dovrebbe ottenere un colore che varia dal verde al bluastro.
In una padella
antiaderente far scaldare un filo d'olio e versarvi gli albumi.
Aggiugervi i tuorli
(facendo attenzione a farli rimanere interi).
Lasciar cuocere come
per un normale uovo all'occhio di bue ( circa 4 – 5 minuti)
Impiattare le uova e
nella stessa padella far saltare velocemente le due fette di
prosciutto.
Aggiungere le fette
di prosciutto al piatto e servire.
Vi assicuro che, a
parte il colore insolito, il cavolo viola non dona alcun sapore
particolare.
sabato 6 gennaio 2018
Epifania in Francia
La
Galette des Rois è un dolce francese che si prepara il giorno
dell’Epifania, per celebrare l’arrivo dei Re Magi.
Ne
esistono principalmente due varianti.
La
Galette des Rois, nel Nord della Francia, è originalmente una
galletta a base di pasta sfoglia semplicemente dorata in forno. Si
mangia accompagnata da marmellate ma può anche essere farcita con
diverse preparazioni, principalmente la crema frangipane.
Nel
Sud della Francia, invece, il dolce dei re è una brioche alla
frutta candita a forma di corona, profumata ai fiori d'arancio.
Vi
sono anche delle varianti a base di pasta frolla, ma queste fanno
parte della cucina belga.
Questo
dolce, però, cela una particolarità: chi lo prepara nasconde dentro
al ripieno un piccolo oggetto, detto fève, originariamente una
fava, oggi una statuina di porcellana o più semplicemente un
confetto o una mandorla.
Secondo
la tradizione, il più vecchio dei presenti taglia la torta a fette
ed il più giovane, nascosto sotto al tavolo per non vedere, decide
poi a chi assegnarle.
Chi
trova nella sua fetta la fava, indossa una corona dorata e diventa il
re o la regina della festa.
Di
seguito la ricetta per la Galette du Rois tipica del Nord della
Francia
Ingredienti
per 5 – 6 persone
2
frotoli di pasta sfoglia rotondi (possibilmente artigianali e
preparati con burro)
80
gr di farina di mandorle
65
gr di zucchero
2
uova
60
gr di burro a temperatura ambiente
1
cucchiaino di rum ( o altro liquore a scelta)
Preparare
una crema montando il burro con lo zucchero
Aggiungere
l'uovo e continuare a lavorare con le fruste elettriche, fino a
quando non si ottiene una crema omogenea.
Aggiungere
la farina di mandorle e il liquore
Ricavare
due cerchi dalla pasta sfoglia di cui uno dovrà essere un pochino
più grande perché andrà a coprire il dolce .
Stendere
la crema frangipane sul disco più piccolo avendo cura di lasciare un
po' di bordo libero.
Livellare
la crema poi coprire con il secondo disco facendo combaciare i due
cerchi
Premere
bene i bordi con le dita e arrotolare formando un cordoncino tutto
intorno.
A
questo punto per ottenere una doratura perfetta si dovrà “perdere”
un po' di tempo bagnando al superficie con l'uovo per due volte, in
alternativa, per una versione express, è sufficiente eseguire
l'operazione solo una volta e porre il dolce direttamente in forno.
Il
riposo in luogo fresco, inoltre, rende, inoltre, molto più semplice
formare i disegni sulla torta.
Spennellare
la superficie con un uovo sbattuto con un pizzico di sale (rende
l'uovo più liquido e facile da spalmare).
Lasciar
riposare la torta in frigo per 30 minuti, poi disegnare con la punta
del coltello vari spicchi partendo dal centro del dolce senza forare
l'impasto.
Spennellare
una seconda volta la superficie della torta con l'uovo sbattuto.
Praticare
uno o due piccoli fori nel disco superiore, in modo che il vapore
fuoriesca.
Lasciare
riposare in frigo per altri 15 minuti.
Infornare
per 10 minuti in forno ventilato preriscaldato a 200°, terminando la
cottura a 160° per altri 20 minuti circa.
Lasciare
raffreddare prima di servire.
Solitamente
la classica farcitura con frangipane è una crema realizzata per metà
con crema pasticciera e per metà con crema alle mandorle. In questa
ricetta ho fornito la versione più “light” e veloce utilizzando
solo la farina di mandorla, anche se il risultato finale è
lievemente meno morbido.
domenica 31 dicembre 2017
martedì 26 dicembre 2017
Il pranzo della vigilia: i pesci e l'anguilla fritti e marinati
Per le feste di Natale, a Piacenza era tradizione mangiare i
pesciolini e le anguille fritte e marinate pescate nel fiume Po.
Gli stricc', o lasche (Chondrostoma genei), sono pesciolini
del Po lunghi pochi centimetri che vivono nelle anse del fiume e si
nutrono del poco che c’è. L'anguilla marinata, invece, in dialetto
è detta büratëin
(cioè burattino).
Nella mia famiglia, da sempre, questi piatti comparivano sulla tavola
del pranzo della Vigilia di Natale, assieme ad un pinzimonio di
verdure miste. Era un modo per mangiare qualcosa di magro, il pesce,
in attesa della cena e del pranzo del giorno dopo.
Quest'anno, qui a Genova, non sono riuscito a reperire i pesciolini
marinati e quindi ho pensato di provare a cucinarli io, seguendo le
ricette tipiche.
Non sono riuscito a trovare i pesci di fiume, ovviamente, e nemmeno i
latterini, quindi ho ripiegato su alcuni pesci misti per zuppa di
dimensioni piccole.
Non ho trovato nemmeno l'anguilla, quindi ho utilizzato un grongo
che, sia come sapore sia come consistenza delle carni, vi assomiglia
molto.
Il risultato è stato, comunque, molto apprezzato dai commensali.
Una piccola precisazione: per la perfetta riuscita di questa ricetta
sarebbe consigliabile acquistare dei pesci con poche lische, poichè
queste devono essere poi scartate quando si mangiano.
PESCIOLINI FRITTI E MARINATI
Ingredienti per 4 persone
400 – 500 gr di pesci piccoli
Farina 0 q.b.
Olio per frittura
250 ml Aceto
4 spicchi aglio
sale q.b.
2 foglie alloro
Pepe q.b.
Pulire i pesci dalle interiora a lavarli sotto acqua corrente. Unire
alla farina una presa di sale ed infarinarle molto bene i pesci.
Friggerli in abbondante olio fino a quando non saranno dorati e
croccanti.
Asciugare l'eccesso di olio con carta da cucina.
| I pesci dopo la frittura |
Sminuzzare finemente 4 spicchi d'aglio e farli soffriggere in poco
olio. Aggiungere l'aceto di vino bianco, l'alloro in foglie ed il
pepe e lasciare sobbollire per circa 5 minuti.
Disporre i pesci in un recipiente di vetro a bordi alti, in modo che
possano venir ricoperti dalla marinatura.
Aggiungere la marinatura, coprire il recipiente e consumare dopo
almeno 24 h.
| Dopo la marinatura di 24 h, pronti per essere mangiati |
Si conservano per una settimana in un recipiente ben chiuso in
frigorifero.
martedì 19 dicembre 2017
Col cavolo che si spreca in cucina! Gli involtini di cavolo verza con salsiccia e polenta
La verza (Brassica oleracea), anche detto cavolo verza, è un
ortaggio tipicamente invernale noto fin dall’antichità per le sue
proprietà medicinali.
Secondo un antico mito greco, il cavolo verza selvatico nacque dalle
gocce sudate di Zeus ed era già utilizzata come pianta medicinale
dai Greci stessi.
Gli Antichi Romani trovarono altre virtù di questo ortaggio: veniva
usato come antidoto, o addirittura come trattamento preventivo per
l’ubriachezza e come disinfettante in caso di ferite sotto forma di
impacco.
Del cavolo verza non si butta via nulla, perfino le foglie esterne,
alquanto fibrose possono essere riutilizzate in cucina per creare
degli ottimi involtini ripieni.
La ricetta seguente è un tipico esempio di come sia possibile
coniugare risparmio (in quanto gli ingredienti sono alquanto
economici) e sapore in cucina.
Inoltre, è opportuno sottolineare che anche la polenta proviene da
un “avanzo” di una cena precedente.
Ovviamente è anche possibile cucinarla “ex novo” per la ricetta,
ma, a mio modesto parere, è meglio utilizzare la polenta del giorno
prima.
Involtini
di cavolo verza con salsiccia e polenta
Per
4 persone
1
verza
350
gr di salsiccia fresca
6
cucchiai di Parmigiano Reggiano grattugiato
30
gr di burro
1
spicchio d'aglio
250
gr di farina di mais per polenta (macinata grossa)
1,5
l acqua
sale
olio
extravergine d'oliva
Se
decidete di riutilizzare la polenta avanzata dal giorno prima,
tagliare 2 - 3 fette non troppo spesse. Non è necessario essere
accurati in questa operazione, anzi, anche se la polenta si sbriciola va
benissimo.
In
alternativa, preparare la polenta facendo bollire l'acqua salata in
una casseruola dai bordi alti. Versare la farina di mais a pioggia e
mescolare per non far formare grumi.
Cuocere
a fuoco medio per circa 45 minuti sempre continuando a mescolare
ripetutamente con un cucchiaio di legno.
La
polenta sarà pronta quando inizia a staccarsi dai bordi della
casseruola.
Versare
la polenta su un tagliere di legno e lasciarla intiepidire.
Lavare
la verza e separare delicatamente le foglie. Scottarle in acqua
bollente e salata per 5 minuti, quindi scolarle e farle asciugare su
un canovaccio pulito.
Far
cuocere in un padella la salsiccia spellata e ridotta a pezzettini
con un filo d'olio extravergine e uno spicchio d'aglio.
Amalgamare
la salsiccia con la polenta in una ciotola.
Dividere
l'impasto così ottenuto sulle foglie di verza ed arrotolarle a
formare un involtino. Tenere in forma con uno stuzzicadenti.
Infornare gli involtini di verza a 180° per circa 5 minuti.
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