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domenica 28 maggio 2017

Pizza ripiena di cicoria alla partenopea

L'altro giorno al mercato comunale vicino a casa mia ho trovato ancora dei bellissimi cespi di puntarelle.
Le puntarelle ( termine con cui si indicano a Roma) non sono altro che i germogli della cicoria che si degustano crudi in insalata.
La pianta è denominata cicoria asparago e ne esistono di due tipi: il primo è più alto ed amaro, e solitamente si consuma cotto; il secondo, più basso e a costa larga, è caratterizzato dai germogli che si nascondono all'interno del cespo (le puntarelle appunto).

Ovviamente ho utilizzato i germogli per il piatto tipico (cioè l'insalata di puntarelle secondo la tradizione laziale), ma poi mi sono rimaste le foglie più esterne.
Ho pensato di utilizzarle per una ricetta che già avevo provato con la scarola, cioè la pizza ripiena alla partenopea.



Pizza ripiena alla partenopea

Dosi per una pizza di circa 20 cm di diametro

400 gr circa pasta da pane
foglie esterne di 1 cespo di cicoria
2 acciughe sotto sale
20 olive taggiasche
50 gr uvetta
30 gr pinoli
Aglio
Sale
Olio extravergine d'oliva

Scottare le foglie in acqua bollente salata per circa 5 minuti. Nel frattempo far ammollare l'uvetta in un po' di vino bianco secco (in alternativa si può utilizzare anche acqua tiepida)
Dissalare e disliscare le acciughe sotto sale.
In una padella antiaderente far soffriggere con olio extravergine d'oliva uno spicchio d'aglio e non appena prende un po' di colore aggiungere i filetti di acciuga.
Lasciarli sciogliere ed aggiungere le foglie sbollentate di cicoria. Incoperchiare e far cuocere a fuoco basso per circa 10 minuti.
Trascorso tale tempo unire le olive snocciolate, l'uvetta ammollata ed i pinoli. Fa saltare a fuoco vivo per 2 – 3 minuti. Spegnere e mantenere in caldo.
Dividere la pasta da pane in due pesetti uguali. Formare due dischi di circa 2 5 cm di diametro.
Porre al centro di esso le foglie di cicoria, avendo cura di rialzare leggermente i bordi per non far fuoriuscire il composto.



Coprire con il secondo disco di pasta di pane, sigillando bene.



Spennellare la superficie con olio extravergine di oliva e porre in forno a 220 ° per circa 20 – 30 minuti.



domenica 21 maggio 2017

Caramogi: questi sconosciuti

Girellando per un mercatino dell'usato in cerca di curiosità, mi sono imbattuto in piccole statuette di porcellana raffiguranti dei personaggi nani e deformi di entrambi i sessi. Il commerciante mi ha solo saputo dire che probabilmente erano di manifattura di Capodimonte di Napoli ma non ha saputo spiegare la motivazione della scelta del soggetto, alquanto inconsueto.
Li ho acquistati… del resto, oggetti più curiosi e strani non potevo trovare.
Facendo alcune ricerche ho scoperto che vengono definite Caramogi.
I vocabolari riportano la seguente definizione per il termine “caramogio”: [dal persiano kharmūsh «topo»], ant. – Persona piccola e contraffatta; nano di corte. È anche nome dato a statuine di porcellana prodotte a Firenze nel sec. 18°, raffiguranti personaggi deformi e ridicoli.



I caramogi erano generalmente buffoni di corte, a cui gli artisti che li ritraevano davano fattezze oltremodo caricate, secondo una tradizione assai in voga nella Firenze del XVII secolo.
Per estensione, si definiscono, quindi, Caramogi anche le statuine figuranti nani deformi chiamati a divertire le corti dei sovrani nei tempi passati.
Le statuette in porcellana rappresentanti nani in diverse fogge, sono ispirate alle illustrazioni delle “Varie figure Gobbi” di Jacques Callot, libro edito nel 1616 a Firenze, e furono prodotte nel corso del XVIII secolo da varie manifatture, quali Meissen, Doccia, Capodimonte e Cozzi.



I Gobbi di Callot nascono da schizzi presi dal vero: la deformazione caricaturale, satirica, traeva spunto, con ogni probabilità, dall’osservazione del reale. Infatti, le fonti del tempo riportano la consuetudine di organizzare giochi in occasione della Festa di S. Romolo, che si svolgeva ogni anno il 6 Luglio a Firenze, la Giostra dei Gobbi, per l'appunto.



Esattamente, però, che funzione avevano queste statuette? Semplice, venivano messi sulle tavole imbandite per allietare i commensali in mancanza del buffone in carne ed ossa.
Tali figurine, spesso, venivano create in serie di dodici o più pezzi.
Ad esempio, nell' “Inventario dei Modelli” della manifattura Doccia sono citati "...tre caramogi femmine", mentre nella “Tariffa dei prezzi”, redatta presso la manifattura intorno al 1760 da Jacopo Rendelli, si legge "... Figurine rappresentanti Caramogi o Pimmei alte 2 soldi circa. Dette dipinte" Scrive il Ginori " Vari tipi di caramogi o pimmei venivano prodotti per ornare le mense nel primo periodo della manifattura. Il termine significa persona piccola, contraffatta e sciocca ed è riferito alle piccole figurine di nani alte circa cm. 7, probabilmente modellate da Gaspero e da Giuseppe Bruschi".

Le statuette da me trovate, ovviamente, non sono così antiche, sono probabilmente rifacimenti dei primi del Novecento eseguiti dalla manifattura Ginori di Napoli, su stampi più vecchi della manifattura di Capodimonte.

Comunque sono state un buono spunto per fare alcune ricerche storiche e per apprendere nuove conoscenze.

sabato 20 maggio 2017

E se provassimo la besciamella aromatizzata agli asparagi?

Ancora un'altra ricetta con gli asparagi!
Ovviamente, appena posso, tendo a seguire, nella preparazione dei miei piatti, la stagionalità degli alimenti. Principalmente per una ragione di freschezza e qualità, ma anche per una questione meramente economica (i prodotti fuori stagione, infatti, tendono a costare maggiormente).
E si sarà capito anche che non amo particolarmente l'asparago cotto e mangiato tout court.

Oggi ho provato ad aggiungere gli asparagi alla besciamella ed ai gamberi per insaporire una pasta al forno.



Pasta al forno con gamberi e besciamella agli asparagi.

Dosi per 4 persone

500gr pasta (io ho usato il formato Reginelle)
200 gr asparagi
400 gr gamberi freschi
aglio
sale
vino bianco
olio extravergine d'oliva
brodo di pesce (facoltativo)

Per la salsa besciamella

250 ml latte
20 gr burro
20 gr farina
noce moscata
sale

In una pentola alta e stretta, sbollentare gli asparagi interi (dopo ovviamente averli puliti) per circa 2 – 3 minuti in abbondante acqua salata. E' importante far cuocere gli asparagi “in piedi”, cioè con la parte superiore fuori dall'acqua perché questa rimanga croccante e saporita.
Scolarli e tagliarli a pezzettoni, conservando le punte intere.
Frullare le parti finali dei gambi degli asparagi con un filo d'olio, in modo da ottenere una consistenza cremosa.



In un tegame abbastanza capiente far soffriggere uno spicchio d'aglio ed aggiungervi le punte degli asparagi ed i gamberi freschi non sgusciati. In questo modo i gamberi cuoceranno senza perdere il loro sapore. Sfumare con un po' di vino bianco e far saltare per 5 minuti.
Sgusciare i gamberi e rimetterli nel tegame con gli asparagi.

Far cuocere il formato di pasta prescelto in acqua salata con aggiunta di brodo di pesce ( serve per dare un maggior sapore alla pasta). Scolare ancora al dente e trasferire nel tegame con i gamberi e gli asparagi.
Far saltare a fuoco vivo per un paio di minuti in modo da amalgamare i sapori.

Preparare la besciamella formando dapprima il roux. Far sciogliere il burro in una pentola dai bordi abbastanza alti, aggiungere tutta la farina mescolando con una frusta a mano per non far formare grumi. Porre il roux sul fuoco ed aggiungere il latte freddo mescolando. Far addensare la salsa, lasciare cuocere per altri 2 -3 minuti aggiungendo sale e noce moscata grattugiata al momento.
Aggiungere alla besciamella gli asparagi frullati e mescolare il tutto.

Trasferire la pasta, i gamberi e le punte d'asparago in una pirofila da forno con un velo d'olio extravergine. Livellare la pasta e ricoprire con la salsa besciamella agli asparagi.
Cuocere in forno ventilato a 180° per 10 minuti circa.






martedì 9 maggio 2017

Una pastasciutta per non sprecare

Stasera, aprendo il frigorifero ho, con mio gran dispiacere, scoperto che i fiori delle splendide zucchine, acquistate ieri, inevitabilmente iniziavano ad appassire.
Non potevano più essere cucinati ripieni e nemmeno fritti.Ciononostante non ho avuto il coraggio di buttarli nell'immondizia.
Controllando in freezer ho scoperto di aver conservato una piccola porzione di spezzatino di manzo… era una dose  sufficiente nemmeno per una persona…
Ho pensato di unire questi due ingredienti per creare un piatto anti – spreco. 
E qual'è la portata più semplice per cucinare gli avanzi?! Ma la pasta, naturalmente! 😃

Ad una fiera di prodotti tipici , un paio di settimane fa, avevo acquistato una forma di pecorino di Grosseto stagionato che, ormai, è davvero stagionato… perfetto per condire una pasta.



Inutile aggiungere che nel frigo di un buon abitante di Genova le olive non mancano mai!
In dispensa, inoltre, ho ritrovato un pacchetto ancora integro di maccheroni genovesi di Natale.
Questo tipo di pasta  è un formato di maccheroni piuttosto lunghi, tagliati di sbieco alle estremità, molto simili agli ziti napoletani ma leggermente più larghi. Questi speciali maccheroni vengono prodotti in Liguria soltanto in occasione del periodo natalizio e hanno una lavorazione particolare.
Perfetti!!!



Ecco qua, quindi, la mia creazione di stasera.

Pasta con spezzatino di manzo, olive taggiasche, pomodorini Pachino e fiori di zucchina

Ingredienti per 4 persone

100 gr di spezzatino di manzo già cotto
mezza cipolla bionda
200 gr pomodorini Pachino
7 – 8 fiori di zucchina
1 spicchio d'aglio
20 olive taggiasche
100 gr pecorino di Grosseto stagionato
prezzemolo q.b.
sale q.b.
pepe q.b.
olio extravergine d'oliva
500 gr di pasta ( io ho usato i maccheroni genovesi di Natale)

In un capiente saltapasta far imbiondire la cipolla in olio extravergine d'oliva con aggiunta di un poco di peperoncino essiccato. Aggiungere un trito di prezzemolo ed aglio e la carne dello spezzatino tagliato finemente. Lavare i pomodorini Pachino ed eliminarne i semi. Aggiungerli nel saltapasta.
Far cuocere a fuoco moderato per circa 5 minuti. Regolare di sale e pepe.
Aggiungere le olive taggiasche intere e lasciar riposare il condimento così ottenuto.
In acqua salata far cuocere la pasta.
A cottura della pasta quasi ultimata aggiungere al sugo i fiori di zucchina e far saltare a fuoco vivo per circa 2 minuti. Aggiungere la pasta e il pecorino di Grosseto tagliato grossolanamente.
Far insaporire per circa 1 – 2 minuti (il tempo di far lievemente sciogliere il formaggio) e servire subito in tavola.



Il risultato è molto particolare, ma davvero gustoso. I fiori di zucchina appena saltati donano al piatto, oltre ad una nota croccante, un profumo di zucchine (senza però averne la consistenza a volte troppo acquosa) che mitiga perfettamente il sapore persistente e “pesante” dello spezzatino di manzo. Al palato, oltre ad una forte nota erbacea, rimane, piacevolmente, la piccantezza del peperoncino che rende armonico l'insieme delle diverse sapidità.

E' un primo piatto che sicuramente riproporrò anche ai miei ospiti.

domenica 7 maggio 2017

Capocollo calabrese e Burtleina piacentina… ottimo connubio!

 Qualche tempo fa ho trovato ad una fiera di prodotti tipici un produttore calabrese di salumi, il Salumificio Sapori d'Italia di S.Agata d'Esaro (CS).
Ci ha fatto assaggiare diversi salumi e la loro nduja tradizionale, ma l'insaccato che più ci ha colpito è stato il capocollo.
Da segnalare che questo salumificio non utilizza conservanti quali nitrati o zuccheri e questa è una qualità sempre più difficile da trovare.
Non abbiamo resistito ed abbiamo acquistato un buon pezzo di capocollo.

Ma esattamente cosa è il capocollo?
Il Capocollo, comunemente chiamato Coppa, è un particolare insaccato che si ottiene dalla lavorazione della parte superiore del collo e dalla spalla del maiale. Diffuso in tutto il territorio italiano, è interpretato, regione per regione, in differenti modi.
Solo due sono però i riconoscimenti DOP per questo salume: la coppa piacentina e il Capocollo di Calabria.




La mia famiglia ha origini piacentine e fin da piccolo gli unici salumi per me degni di nota erano il salame e la coppa appunto. Sono rimasto piacevolmente stupito dalla morbidezza e dal sapore del capocollo di Calabria. Il grasso letteralmente si scioglieva in bocca senza lasciar alcun retrogusto, merito, ovviamente, del salumificio ma anche di un disciplinare alquanto rigido che, fortunatamente, contempla pochi ma naturali ingredienti.

Secondo il Disciplinare i maiali usati per la produzione del Capocollo di Calabria DOP devono essere nati in territorio calabrese o nelle regioni limitrofe (Sicilia, Basilicata, Puglia e Campania). Anche se nati oltre i confini della regione, i maiali devono comunque essere allevati in Calabria dall’età massima di quattro mesi e devono poi essere macellati e lavorati nella stessa regione.
I mangimi per l’alimentazione dei suini debbono essere mangimi composti integrati di orzo, favino, mais, ghiande, ceci, in misura non inferiore al 50% del contenuto.
Non è consentito l’uso nell’alimentazione di manioca e patate e di sottoprodotti che potrebbero conferire alle carni ed al grasso sapori ed odori indesiderati.
Il taglio della carne deve presentare uno strato di grasso di circa 3-4 millimetri, che servirà a migliorare la qualità nella stagionatura e le caratteristiche organolettiche. I pezzi di carne vengono salati con sale da cucina (operazione che può durare da 4 ad 8 giorni).
In seguito si lavano e si massaggiano con aceto di vino, aggiungendo pepe nero.
Come indicato dal Consorzio Salumi di Calabria DOP, il prodotto viene a questo punto avvolto nel budello di suino. Dopo aver sottoposto il capocollo ad un'energica legatura, il budello viene forato e poi appeso per la stagionatura in locali ventilati per almeno 100 giorni.

Esistono varianti regionali di questo insaccato, ma, ovviamente, le caratteristiche organolettiche e di sapore sono differenti. In Puglia, ad esempio, si usa dapprima ricoprirlo di sale, dove resta per circa due settimane, poi lavarlo con una mistura di vino cotto e spezie. Insaccato nel budello di maiale, dopo un po' di riposo subisce una lieve affumicatura, prima di iniziare la stagionatura che arriva ai tre mesi. In Umbria lo si aromatizza con pepe, aglio, coriandolo e semi di finocchio; quindi, dopo l'insaccamento, inizia una stagionatura che può variare dai quattro mesi a un anno. In Basilicata invece si usa cospargere il capocollo di peperoncino tritato, dopo averlo insaporito con sale e pepe; la stagionatura in passato avveniva avvolgendo la carne con tela grezza.

Da buoni piacentini abbiamo pensato di abbinare questo salume ad una ricetta che tipicamente viene mangiata con accompagnamento di coppa piacentina: la burtleina.

La burtleina (o bortellina in una pseudo traduzione italiana) è una sottile frittellina salata molto diffusa in tutto il piacentino ed in particolare nelle feste di paese, uno street food, insomma.
La burtleina dà il meglio di sé quando è ancora calda, appena tolta dalla padella. Si gusta da sola, oppure accompagnata dai salumi piacentini DOP (vale a dire la coppa, la pancetta ed il salame) e ai formaggi morbidi, in primis gorgonzola.
Le origini della bortellina si perdono nel lontano passato, poiché, essendo realizzata con ingredienti poveri trovava facilmente posto anche sulle tavole dei meno abbienti.

BURTLEINA PIACENTINA

Dosi per circa 10 frittatine di media grandezza

400 gr farina
acqua q.b.
sale q.b.
1 cipollotto tritato (opzionale)
strutto od olio per friggere

Si prepara una pastella morbida e abbastanza liquida stemperando per bene la farina con l’acqua in una zuppiera.
Si aggiusta di sale e si lascia riposare il composto per circa mezzora.
Si possono aggiungere alla pastella alcune cipolline tagliate finemente, per dare maggior sapore al tutto.
In una padella si fa scaldare un po' d'olio (la ricetta originale prevede l'utilizzo di strutto, ma in questo modo è “lievemente più leggera”!).
Il tipo di olio è legato ai gusti personali, a me ad esempio per friggere non piace l'olio extravergine di oliva che trovo invece eccezionale a freddo, solitamente io utilizzo l'olio di arachidi. Inoltre l'olio di arachidi non dona nessun particolare sapore al piatto, come invece accade per l'olio extravergine d'oliva.
Si versa un mestolino del composto cercando di creare velocemente uno strato sottile quasi come una crepes. La pastella, infatti inizia a rapprendersi molto velocemente. Si lascia dorare un lato (circa 1 – 2 minuti) e poi si gira per far cuocere anche l'altro lato. Si passa su carta assorbente per eliminare l'olio in eccesso e si degusta calda.



La ricetta in sé appare semplicissima, in effetti la difficoltà maggiore è capire quale è la collosità ideale della pastella che non deve essere né troppo liquida né troppo densa.




L'abbinamento con il capocollo calabrese DOP è qualcosa che non può essere spiegato a parole … deve essere degustato!

sabato 29 aprile 2017

Un piatto per chi ha fegato… ma non deve parlare in pubblico

Oggi ho cucinato un piatto tipico della tradizione ligure: il fegato all'aggiadda.
L'aggiadda (in italiano agliata) è una salsa che in Liguria viene preparata ed utilizzata come condimento per i lessi di magro o per il pesce.
Le origini di questa salsa sono antichissime. E' nota, infatti, sin dal Medioevo dove veniva usata sia come condimento sia come conservante. A Genova, infatti, nel 1152 ai macelli di Soziglia accompagnava fegati e frattaglie, che, come è noto, sono alimenti che deperiscono assai velocemente. Un tempo,inoltre, a bordo delle navi, si amalgamava con l’agresto cioè con succo di uve acerbe.
L'aggiadda, oggi, è considerata l'antenata del famoso pesto alla genovese.
Nella sua preparazione si può aggiungere anche la cagliata, ma io non ho ancora avuto “il coraggio” di provare.

Questo condimento, sebbene lo possa ricordare, non è assolutamente da confondere con la salsa aioli provenzale. In quest'ultima, infatti, si ha la presenza dei tuorli di uova sode che nella variante ligure sono completamente assenti.


In questa ricetta l'aggiadda è servita in abbinamento al fegato di vitellone.

Il fegato è un prodotto carneo appartenente al gruppo delle frattaglie e collocabile nel quinto quarto dell'animale.
E' un alimento ricco di proteine, vitamine A e B e sali minerali. Il suo consumo è consigliato specialmente alle persone che hanno carenza di ferro, alle donne in gravidanza ed ai ragazzi nell'età dello sviluppo. Esso è un ingrediente economico e molto versatile in cucina.
In Liguria le interiora in genere hanno sempre avuto un gran successo. Costano poco, sono molto saporite e gustose e possono essere cucinate in tantissimi modi.
L'unico vero problema del cosiddetto “quinto quarto” è la sua velocissima deperibilità.
E' essenziale, quindi, saper distinguere un "buon" fegato rispetto ad un alimento più vecchio o di dubbia qualità. I requisiti sono pochi e ben distinguibili:

1) Aspetto brillante, turgido e non disidratato
2)Colore tipico (spesso rosso vivo) e non pigmentato o maculato

A Genova, fortunatamente, esistono ancora molti macellai che sono sinonimo di garanzia di freschezza dell'alimento.
Il mio macellaio di fiducia è Luciano Carni, i cui proprietari acquistano gli animali macellati interi e poi ne sezionano le carni direttamente in negozio.
Spesso, quando vado al lavoro al mattino presto, mi capita di assistere all'arrivo in negozio delle mezze carcasse di bovini e vi assicuro che è uno spettacolo!



Fegato all'aggiadda genovese

Dosi per 3 persone

500 gr di fegato di vitellone
5 – 6 spicchi d'aglio
mollica di pane di 1 panino
olio
sale
aceto

Pestare nel mortaio gli spicchi d'aglio con la mollica di pane precedentemente imbevuta di aceto. Quando si è ottenuto una crema aggiungere ancora un po' di aceto per stemperare bene il tutto.
In un tegame far cuocere il fegato tagliato a fettine con olio e sale (occorreranno circa 3 – 4 minuti).
Quando mancherà poco alla fine della cottura, ammucchiare il fegato da una parte ed aggiungere al tegame l'aggiadda. Lasciare scaldare l'aggiadda e poi mescolare il tutto con il fegato.
Versare in un piatto e servire caldo.



Nella vera ricetta del fegato all'aggiadda genovese si dovrebbe pestare l'aglio con la mollica di pane e la milza scottata in acqua bollente. Purtroppo non ho trovato la milza e mi sono dovuto “accontentare” di utilizzare solo aglio ed aceto!

Un'ultima precisazione: le dosi di aglio e di aceto variano a seconda dei gusti personali. Se si utilizza l'aglio di Vessalico, però, consiglio di ridurre di 1 spicchio le dosi fornite, E' un aglio con un sapore ottimo ma molto persistente.

giovedì 27 aprile 2017

Torta Fedele

Cercando ispirazione per nuovi piatti o per menù a tema, mi sono imbattuto, qualche giorno fa, in un libro che avevo completamente dimenticato di possedere. Raccontava, in chiave moderna e rivisitata, di piatti che i pellegrini del Medioevo avrebbero potuto mangiare durante i loro spostamenti per raggiungere i luoghi di culto.
Mi ha incuriosito la ricetta della torta Santiago, un dolce preparato con farina di mandorle che si trova tutt'oggi nelle pasticcerie o nei panifici lungo il cammino di Santiago.

Volevo cimentarmi nella preparazione di questo dolce, che, a mio modesto parere, è perfetto per la colazione del mattino.
Controllando la dispensa mi sono accorto, però, che non avevo le mandorle. In compenso ho trovato un vasetto di ottime nocciole del Piemonte. Ho pensato di utilizzarle al posto delle mandorle e di sostituire l'aromatizzazione al limone con delle gocce di cioccolato.

Un'altra torta, insomma!!!

Controllando il calendario, ho notato che avevo cucinato questa variazione proprio il giorno di San Fedele (24 aprile)…. Ed allora perché non chiamarla ironicamente torta Fedele, visto che “fedele” alla ricetta originaria assolutamente non è!



Di seguito la ricetta

Torta Fedele

Dosi per una tortiera di circa 24 cm

175 gr di nocciole del Piemonte
2 uova intere
175 gr zucchero
100 gr farina 0
150 gr burro
1 cucchiaio di gocce di cioccolato (circa 50 gr)
15 gr lievito per dolci
zucchero a velo q.b.


Ridurre a polvere fine le nocciole in un mixer.
Montare gli albumi a neve ben ferma e metterli da parte.
Nella planetaria con la frusta a K lavorare il burro ammorbidito a temperatura ambiente con lo zucchero fino ad ottenere un composto morbido. Aggiungere i tuorli e continuare a mescolare. Aggiungere la farina 0 ed il lievito setacciati. Lavorare molto bene per circa 5 minuti.
Incorporare gli albumi. Aggiungere la polvere di nocciole e le gocce di cioccolato. Questi ultimi passaggi li ho effettuati lavorando a mano con una spatola. E' più difficoltoso, poiché il composto che si forma è alquanto colloso, ma non si corre il rischio di “smontare” gli albumi.
Imburrare lievemente una tortiera a cerniera di circa 24 cm di diametro. Disporre l'impasto nella tortiera cercando di livellarlo il più possibile.
Infornare in forno ventilato già caldo a 180° C per circa 30 minuti. Trascorso tale tempo spegnere il forno e lasciare raffreddare la torta al suo interno.
Dopo che il dolce si sarà raffreddato, cospargerlo di zucchero a velo.




E' un dolce davvero ottimo, che al sapore ricorda quello della “sbrisolona” mantovana, rimanendo, però, compatto e morbido. Ideale con il caffè del mattino!